Europa in ritardo nella transizione energetica, cambiare la governance

Lo studio sulla transizione energetica di Fondazione Enel e The European House - Ambrosetti evidenzia il grande ritardo, in Italia persino maggiore, per raggiungere gli obiettivi fissati al 2030 e 2050

Gli obiettivi europei per arrivare all’azzeramento delle emissioni climalteranti sono molto ambiziosi e non temono paragoni con le altre aree continentali del pianeta. Le grandi ambizioni, però, presuppongono anche dei grandi impegni e sotto questo aspetto non mancano certo i problemi, altrettanto grandi, da risolvere. E della questione fondamentale, ovvero come gestire efficacemente la transizione energetica migliorando l’efficienza della governance, si occupa lo studio “European Governance of the Energy Transition”, realizzato da Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti.

Innanzitutto va ricordato che nel luglio scorso la Commissione europea ha deciso di alzare in modo significativo l’asticella portando l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 dal precedente 40% ad almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, il tutto sulla strada dell’impatto zero da raggiungere per la metà del secolo. Presupposti essenziali, sottolinea lo studio, non solo per garantire la sostenibilità del sistema energetico, ma anche per “cogliere un’imperdibile occasione per creare valore e occupazione”.

Ritardo europeo di 21 anni

Senonché, ecco i problemi, lo studio evidenzia che, al ritmo attuale, l’Europa raggiungerebbe il nuovo obiettivo di riduzione del 55% dei gas a effetto serra soltanto nel 2051, con un ritardo di ben 21 anni rispetto al 2030. E per quanto riguarda gli obiettivi settoriali fissati nel processo di transizione energetica la musica non cambia: i traguardi stabiliti al 2030 per le rinnovabili (40%) e l’efficienza energetica (+36%) al ritmo attuale verrebbero raggiunti rispettivamente nel 2043 e nel 2053.

Non manca un’analisi, se possibile ancor più sconsolante, dello specifico italiano. Per il 2030 il nostro Paese dovrebbe ridurre del 43% le emissioni di gas serra, con un contributo del 37,9% proveniente dalle energie rinnovabili e un aumento dell’efficienza energetica pari al 46,4%. Ma valutando le attuali performance dell’Italia nel raggiungimento di questi obiettivi, emerge un ritardo medio di 29 anni, contro i 19 dell’Europa, in particolare con un ritardo di 24 anni per le energie rinnovabili.

Transizione energetica: la quota di consumi da rinnovabili

Transizione energetica: priorità agli investimenti

Come se ne esce? La priorità, secondo lo studio realizzato da Fondazione Enel e The European House – Ambrosetti, è quella di mettere l’Europa nelle condizioni di realizzare gli investimenti necessari a recuperare il ritardo accumulato negli anni ed accelerare la creazione di valore economico. E per poter sbloccare gli investimenti necessari è essenziale superare gli attuali ostacoli nella governance della transizione energetica. In particolare, lo studio analizza l’attuale assetto della governance, definita come “l’insieme di ruoli, regole, procedure e strumenti (a livello legislativo, attuativo e di controllo) relativi alla gestione della transizione energetica, finalizzati a raggiungere obiettivi strategici e operativi”.

Ebbene, dall’analisi emerge che la governance della transizione energetica in Europa deve fare i conti essenzialmente con tre questioni principali:

  1. l’energia è una competenza concorrente fra gli Stati membri e l’Unione europea;
  2. c’è una crescente esigenza di implementare un nuovo sistema di enforcement “indiretto” della transizione energetica;
  3. è necessario rafforzare il nuovo meccanismo di gestione degli obiettivi green.

Frammentazione sulla legislazione europea delle rinnovabili

5 fattori limitano l’Italia

In Italia, poi, l’efficacia della governance della transizione energetica è limitata da ben cinque fattori:

  1. la frammentazione delle responsabilità tra i vari stakeholders a diversi livelli;
  2. la non uniformità delle norme locali e dell’applicazione a livello locale delle norme nazionali;
  3. un debole coinvolgimento e impegno delle istituzioni e delle comunità locali che erode l’accettabilità sociale;
  4. le inefficienze legate al ruolo degli enti pubblici tecnico-amministrativi;
  5. la frammentazione della formulazione delle politiche settoriali.

Per superare le sfide appena evidenziate, lo studio mette a fuoco sette proposte, suddivise in base alla rispettiva sfera d’azione: europea (interna ed esterna) e italiana.

Per il continente si propone di rafforzare la cooperazione nella governance riconoscendo ufficialmente il suo ruolo critico, nonché adottare un approccio regionale per favorire l’integrazione dei mercati europei. Per quanto attiene le azioni esterne, lo studio propone di incoraggiare a livello internazionale il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) e di promuovere meccanismi più efficaci per assicurare che i Nationally Determined Contributions (NDC) siano coerenti con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Le proposte per il nostro Paese

Nell’ambito italiano si propone di semplificare le procedure di autorizzazione per gli impianti rinnovabili e promuovere interventi in favore dell’efficienza energetica. Ed ancora, creare un meccanismo di interazione omogeneo e standardizzato tra le autorità locali, da un lato, e i distributori di elettricità e i gestori dei punti di ricarica, dall’altro, per favorire lo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica. Infine, promuovere la piena integrazione di distretti industriali, cluster di imprese a livello locale, ecosistemi di innovazione e comunità energetiche con la rete di distribuzione nazionale.

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Giornalista professionista ed esperto di tecnologia. Da molti anni redattore economico e finanziario de l'Unità, ha curato il Canale Tecnologia sul sito de l'Unità