
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) rappresentano oggi uno degli strumenti più concreti e innovativi per favorire la transizione energetica, promuovendo modelli partecipativi e diffusi di produzione e consumo locale di energia da fonti rinnovabili. Non solo un paradigma tecnologico, ma una nuova forma di cooperazione energetica e sociale, capace di coniugare sostenibilità, efficienza e coinvolgimento diretto dei cittadini. Di questi aspetti si è discusso nel convegno “Ruolo e nuove opportunità delle CER”, svoltosi nell’ambito di mcTER EXPO Verona 2025, che ha riunito esperti, istituzioni e aziende per fare chiarezza sul quadro normativo e regolatorio, analizzare le sfide tecniche e operative e presentare casi concreti di comunità già attive in Italia.
La logica delle Comunità Energetiche Rinnovabili ribalta uno dei paradigmi tradizionali del sistema energetico: dalla produzione concentrata e centralizzata si passa a una generazione distribuita, radicata nei territori e condivisa tra cittadini, imprese e amministrazioni. Non più un flusso unidirezionale di energia da grandi centrali verso l’utenza finale, ma un sistema di scambio orizzontale, dove chi produce, consuma e condivide partecipa attivamente alla transizione energetica.
Come ha osservato Luca Rubini, segretario generale dell’Associazione Termotecnica Italiana (ATI) e moderatore del convegno, “le rinnovabili nascono con una natura diffusa e connessa al territorio. Ma proprio questa caratteristica impone di ripensare le modalità di raccolta, gestione e valorizzazione dell’energia: le CER sono la risposta a questa sfida, perché permettono di produrre e consumare nello stesso luogo, restituendo valore alle comunità locali”.
Il principio che regge questo modello è quello della premialità del consumo condiviso, un meccanismo che segna una discontinuità rispetto al passato. Nel sistema tradizionale, infatti, l’incentivo premiava la produzione, indipendentemente da chi o quando consumasse quell’energia. Con le CER cambia la prospettiva: l’energia viene remunerata solo se consumata nel momento in cui è prodotta, e solo se condivisa tra i membri della comunità. È una vera e propria riconfigurazione del rapporto tra produzione e domanda, che spinge cittadini e imprese a sincronizzare i propri consumi con la disponibilità di energia rinnovabile.
Per Rubini si tratta di “Un cambiamento culturale prima ancora che tecnico”: un richiamo alla necessità di promuovere una cultura condivisa dell’energia, capace di integrare consapevolezza dei tempi di produzione e uso intelligente delle tecnologie. Un percorso già reso possibile dall’evoluzione tecnologica, che mette a disposizione sistemi di accumulo, sensori intelligenti, algoritmi di gestione dinamica e piattaforme digitali in grado di connettere impianti, reti e utenze.
È in questa integrazione tra tecnologia, territorio e partecipazione che si delinea il vero potenziale delle Comunità Energetiche: non solo strumenti di autoproduzione, ma ecosistemi sociali e digitali capaci di ridisegnare il rapporto tra cittadini e energia.

Perché le Comunità Energetiche Rinnovabili diventino un modello stabile e diffuso serviva un quadro certo di regole. Con il DM 414/2023, in vigore dal 24 gennaio 2024, l’Italia ha definito gli incentivi e le modalità operative per le CER e le configurazioni di autoconsumo, attuando l’articolo 8 del D.Lgs. 199/2021 che recepisce la Direttiva (UE) 2018/2001 – RED II sulle energie rinnovabili.
“La misura nasce per sostenere la transizione energetica in modo partecipato e diffuso – ha dichiarato Giuseppe Dell’Olio, dirigente del Gestore dei Servizi Energetici (GSE) – non per alimentare progetti speculativi, ma per generare benefici ambientali, sociali ed economici nei territori”. L’obiettivo è favorire la decarbonizzazione al 2030, promuovendo autoconsumo, generazione distribuita e partecipazione attiva in coerenza con la Missione 2 del PNRR.
Il decreto disciplina due forme di incentivo principali:
Il GSE è il soggetto gestore dell’intero sistema: redige le regole operative, verifica i requisiti e cura il monitoraggio e l’erogazione degli incentivi. Parallelamente, l’ARERA stabilisce le componenti tariffarie non applicabili all’energia autoconsumata istantaneamente, assicurando coerenza tra regolazione e mercato.
Il decreto riprende inoltre le definizioni introdotte dal D.Lgs. 199/2021, distinguendo tra sistemi di autoconsumo collettivo, Comunità Energetiche Rinnovabili e Configurazioni di Autoconsumo per la Condivisione di Energia Rinnovabile (CACER). Per tutte le configurazioni, l’energia condivisa è calcolata come il valore minimo orario tra l’energia immessa in rete e quella prelevata dai consumatori appartenenti alla stessa cabina primaria, secondo quanto stabilito dalle regole del GSE.
“L’intento – ha affermato Dell’Olio – è favorire una partecipazione ampia e inclusiva, che coinvolga cittadini, enti pubblici e piccole imprese, rendendo ogni territorio protagonista della transizione energetica”.
Il decreto non si limita quindi a fissare le tariffe, ma definisce anche le condizioni operative delle comunità:

Il Titolo II del DM 414/2023 entra nel merito del sistema di incentivazione e delle finalità sociali delle Comunità Energetiche Rinnovabili, delineando un meccanismo che unisce sostenibilità economica, equità e coesione territoriale. “Le CER non nascono per generare profitto – ha ricordato Dell’Olio – ma per restituire valore ai cittadini e ai luoghi in cui operano. Ogni comunità deve saper tradurre l’energia condivisa in benefici concreti per il territorio”.
La tariffa premio si applica alla quota di energia effettivamente condivisa tra i membri della configurazione, mentre l’energia prodotta e immessa in rete resta nella disponibilità del produttore, che può venderla o cederla al GSE.
Il diritto all’incentivo ha durata ventennale e valore costante per l’intero periodo, con possibilità di cumulo con i contributi in conto capitale fino al 40% dell’investimento, nel rispetto del principio europeo DNSH – Do No Significant Harm, che vieta ogni danno significativo agli obiettivi ambientali. Le tariffe non si applicano invece agli impianti che abbiano già beneficiato del Superbonus o di altri regimi di sostegno non cumulabili. Un elemento distintivo del decreto è l’obbligo di destinare gli importi eccedentari a finalità sociali, sostenendo famiglie vulnerabili o progetti collettivi locali, trasformando così gli incentivi in strumenti di solidarietà energetica.
Dell’Olio ha inoltre illustrato i nuovi scenari di integrazione tra CER e rete elettrica, in particolare la possibilità, ancora in fase di definizione, di partecipare al servizio di interrompibilità. Attraverso sistemi di controllo intelligenti e contatori evoluti, le comunità potranno modulare carichi e produzione contribuendo alla stabilità della rete e ricevendo una remunerazione aggiuntiva per il servizio. “È un modello – ha spiegato – che può trasformare la comunità da semplice gruppo di autoconsumatori a soggetto attivo del sistema elettrico, capace di fornire flessibilità e sicurezza”.
Questo approccio apre la strada a CER di nuova generazione, capaci non solo di condividere energia ma anche di offrire servizi di rete, diventando tasselli stabili della transizione energetica e unendo sostenibilità ambientale e responsabilità sociale.
Lo sviluppo delle Comunità Energetiche Rinnovabili richiede non solo regole chiare e incentivi efficaci, ma la capacità di trasformare la norma in progetti concreti, superando le complessità tecniche e amministrative che ne rallentano l’attuazione. Il permitting resta una delle sfide principali, poiché coinvolge procedure energetiche, edilizie e urbanistiche spesso difformi tra territori.
“Costituire una CER non è un’operazione banale – ha sottolineato Lodovico Doglioni, esperto di progettazione e gestione di comunità energetiche – servono competenze tecniche, chiarezza giuridica e una governance capace di adattarsi nel tempo”. Ogni comunità è un sistema dinamico, che evolve con i membri e i consumi, richiedendo coordinamento costante e strumenti gestionali flessibili per garantire equilibrio tra produzione e sostenibilità.
Sul piano autorizzativo, due sono le procedure cardine:
Nel primo caso il gestore di rete verifica disponibilità e compatibilità della cabina; nel secondo, il Comune autorizza l’intervento edilizio, soprattutto per impianti a terra o oltre i 200 kWp.
La coesistenza di questi iter si scontra però con un quadro amministrativo frammentato – “8.000 Comuni e 8.000 interpretazioni”, ha osservato Doglioni – che rende il processo spesso disomogeneo e imprevedibile.
Un passo avanti nella semplificazione arriva dal portale “Aree Idonee” del GSE, che permette di individuare le zone dove gli impianti rinnovabili sono automaticamente autorizzati o più facilmente realizzabili. Uno strumento utile sia ai progettisti che ai Comuni, per orientare la pianificazione energetica locale e valorizzare le superfici pubbliche.
Doglioni ha poi richiamato l’importanza di una governance efficiente: una CER funziona solo se esiste un soggetto coordinatore capace di gestire i rapporti tra produttori, consumatori, enti locali e gestori di rete.
“Il vero limite oggi – ha concluso – non è tecnologico, ma culturale: dobbiamo far capire a cittadini e imprese che l’energia condivisa non è solo un risparmio in bolletta, ma un valore collettivo, un investimento nel proprio territorio”.
Definito il quadro normativo e tecnico, l’attenzione si è spostata sull’applicazione concreta: le CER trovano senso solo quando diventano esperienze reali, capaci di generare valore ambientale, economico e sociale.
In questa direzione, diverse aziende hanno mostrato come i principi della norma possano tradursi in progetti sostenibili e replicabili.
“Radici Rinnovabili” è una delle prime CER italiane ibride, basata su fotovoltaico ed eolico. Nata dalla sinergia tra Senec e Northern Power System e partecipata da famiglie, attività locali e un Comune, la comunità riesce a condividere oltre il 60% dell’energia prodotta, con un incentivo annuo stimato di circa 46.000 euro.
Un punto di vista più economico è stato portato da Francesco Faedo, fondatore di Linea Pura e della Comunità Energetica “SempliCER” a diffusione nazionale, che ha chiarito il vero equilibrio tra contributo iniziale e tariffa ventennale. Il fondo perduto, ha spiegato, non è un regalo ma un anticipo sull’incentivo ventennale riconosciuto dal GSE: serve a stimolare la partenza dei progetti, mentre il motore economico reale è la tariffa sull’autoconsumo condiviso, che dura vent’anni e garantisce stabilità nel tempo.
Attraverso alcuni esempi pratici, Faedo ha mostrato come questo meccanismo renda le comunità energetiche sostenibili anche oltre l’orizzonte dei fondi pubblici. “Il fondo è il fiammifero – ha concluso – ma la tariffa è il carburante che farà girare il motore delle comunità energetiche per vent’anni”.
La maturità del modello CER passa però anche dalla capacità di garantire nel tempo la gestione e l’equilibrio tra produzione e consumo, un aspetto che richiede strumenti digitali evoluti e un approccio gestionale continuo. Join4Green è una piattaforma digitale che consente di mappare le cabine primarie, gestire in modo automatizzato iscrizioni, documentazione, incentivi e di monitorare i consumi in tempo reale. Grazie a funzioni IoT, la piattaforma analizza i consumi e suggerisce nuovi produttori o sistemi di accumulo, trasformando la comunità in un ecosistema dinamico e auto-regolante.
Dal confronto tra istituzioni, tecnici e imprese emerge una visione condivisa: le Comunità Energetiche Rinnovabili non sono un esperimento marginale, ma una nuova infrastruttura sociale dell’energia. Un modello che unisce cittadini, amministrazioni e imprese intorno a un obiettivo comune:
