
Se c’è una cosa che unisce i due candidati che si contendono la presidenza degli Stati Uniti, Kamala Harris e Donald Trump, è l’indicazione della Cina quale principale avversario strategico nel prosieguo del secolo. La pensa naturalmente così anche chi alla Casa Bianca è ancora seduto, e non a caso l’amministrazione Biden ha recentemente varato l’introduzione mirata di dazi, relativi soprattutto al mercato dell’auto elettrica, che non mette certamente di buonumore i governanti di Pechino.
L’intervento sulla mobilità green, che fa parte di una più ampia serie di misure, è stato deciso dalla United States Trade Representative. In pratica l’USTR ha definitivamente ufficializzato la stretta sulle tariffe doganali riguardanti un’ampia gamma di prodotti cinesi che era stata già annunciata nello scorso mese di maggio.
In particolare, si tratta di “modifiche definitive riguardanti la revisione statutaria delle azioni tariffarie nell’indagine della Sezione 301 degli atti, delle politiche e delle pratiche della Repubblica Popolare Cinese relativi al trasferimento di tecnologia, alla proprietà intellettuale e all’innovazione”.
Ed ancora, l’USTR spiega che “le modifiche proposte, annunciate nel mese di maggio 2024, sono state ampiamente adottate, con diversi aggiornamenti, con lo scopo di rafforzare le azioni per proteggere le aziende e i lavoratori americani dalle pratiche commerciali sleali messe in atto dalla Cina”. Una decisione che anche l’Europa è intenzionata a perseguire.
Andando a guardare il dettaglio del provvedimento, tra gli aggiornamenti dei dazi comunicati il 13 settembre spicca il forte aumento, addirittura del 100%, che colpisce le auto elettriche cinesi, con l’esecutività della misura che è già scattata il 27 settembre. Nel mirino dell’USTR ci sono anche le batterie dei veicoli elettrici provenienti da Pechino, che saranno tassate con aliquota del 25%, mentre per le batterie al litio destinate ad altri usi il dazio scatterà nel 2026.
Come detto, la mobilità green rappresenta soltanto uno dei comparti sui quali è calata la mannaia protezionistica dell’amministrazione USA. Ad esempio, rimanendo in tema di transizione energetica, viene introdotta una nuova tariffa doganale del 50% sulle celle dei pannelli solari. Inoltre, a partire dall’anno prossimo sono previsti dei dazi del 50% sui semiconduttori made in China.
“Gli aumenti tariffari divenuti definitivi – ha affermato l’ambasciatrice Katherine Tai – mireranno alle politiche e alle pratiche dannose della Repubblica Popolare Cinese che continuano ad avere un impatto sui lavoratori e le aziende americane. Queste azioni sottolineano l’impegno dell’amministrazione Biden-Harris nel difendere i lavoratori e le aziende americane di fronte alle pratiche commerciali sleali”.
Per comprendere l’ampiezza della manovra commerciale avversa alla Cina è utile aggiungere ulteriori dettagli delle tariffe doganali introdotte. Sono inclusi, come si legge nel comunicato della United States Trade Representative, “nuovi tempi e tariffe su mascherine, guanti medici, aghi e siringhe” ed esiste anche una proposta relativa alla “copertura di ulteriori linee tariffarie per tungsteno, wafer e polisilicio”.
Tornando alle auto elettriche, la decisione dell’USTR non può certo definirsi un episodio isolato. Soltanto due settimane fa, dopo un acceso dibattito, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una legge che limita la quantità di componenti cinesi all’interno di quei veicoli che danno diritto ai crediti d’imposta USA. Un disegno di legge che è stato presentato da Carol Miller, deputata dell’Ohio, non a caso lo Stato che ospita un’industria della mobilità elettrica in crescita e che trarrà notevoli vantaggi dai piani green dell’amministrazione Biden.

Un altro esempio, questa volta non legato alla mobilità, è la nuova proposta di legge per limitare o eliminare le esenzioni dai dazi doganali per le spedizioni straniere di basso valore economico, spesso contrattate online, e dare così una stretta ai pacchi che arrivano in particolare dalla Cina, soprattutto da grandi catene come “Shein” e “Temu”. Basti pensare che il numero annuale di spedizioni che entra negli USA con questo tipo di esenzione è aumentato in 10 anni da circa 140 milioni a oltre un miliardo.