
Le rinnovabili al 2030 sono chiamate a raggiungere una capacità installata aggiuntiva che va dai 131 GW del PNIEC ai 145 GW del Piano elettrico elaborato da Elettricità Futura. È chiamata a installarne circa 12 GW ogni anno, ma nel 2023 – che è da ritenersi positivo – sono stati installati 6 GW “quattro dei quali regalati dal Superbonus 110%”, ha ricordato Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura in occasione del convegno “Rinnovabili: come uscire dal labirinto”, tenutosi il 22 luglio scorso a Milano.
Questo percorso, che dovrebbe vedere un deciso cambio di passo dell’Italia, rischia invece di diventare una corsa a ostacoli, un labirinto, come definito dalla stessa associazione – che rappresenta più del 70% del mercato elettrico italiano – reso tale dallo scenario normativo e legislativo.

Siamo ancora in attesa delle leggi regionali attuative del Decreto Aree Idonee, pubblicato a inizio luglio, e che dà tempo 180 giorni alle regioni di farlo. Ma nel frattempo è stato pubblicato il DL Agricoltura il cui articolo 5, in particolare, ha posto il divieto di installazione di impianti fotovoltaici in area agricole, creando ancora più vincoli, dubbi e problemi.
Per raggiungere gli obiettivi di un più cospicuo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili al 2030 serve accelerare. Peccato che, alle difficoltà burocratiche, si aggiunge – tra gli altri elementi critici, che illustreremo di seguito – anche una narrazione distorta: una di queste “voci incontrollate” pone le FER responsabili di un sensibile consumo di suolo.
“Oggi abbiamo un utilizzo del terreno italiano costituito per il 0,05% da impianti rinnovabili installati. Per dare un’idea, l’Italia è costituita da oltre 30 milioni di ettari e di cui circa 16,5 milioni è considerata superficie agricola, di cui 12 utilizzata (SAU). I restanti 4 milioni non sono più coltivati da almeno tre anni. Per realizzare gli obiettivi al 2030 di capacità installata tra i 138 e i 145 GW, rispetto agli attuali 69 GW, avremmo bisogno di 70mila ettari”, ha affermato Re Rebaudengo.
Lo stesso presidente ha illustrato i problemi che affliggono la transizione energetica in Italia, con il permitting primo tra quelli menzionati: è un problema, quello che riguarda il percorso autorizzativo, reso più complesso dalle difficoltà che sconta la Commissione Tecnica PNIEC-PNRR, nata nel 2022 per accelerare il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione previsti dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima e dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, svolgendo la valutazione ambientale dei progetti compresi nei due piani.
“Oltre 1500 pratiche giacciono ferme, per cui sono stati pagati in questi ultimi due anni 90 milioni di euro per i diritti di istruttoria. In realtà, i commissari non stanno rispondendo nei tempi previsti”, complice il gran numero di pratiche per l’esiguo numero di rappresentanti.
Inoltre, abbiamo un problema importante nella definizione delle aree idonee. “Sarà fondamentale che i progetti partiti con la previsione di aree idonee del 199/2021 continuino a essere considerati in tali aree – rileva il presidente di Elettricità Futura –. Di certo, il ritardo nell’emanazione del Decreto FER X, provvedimento che permette al GSE di svolgere aste competitive, fa sì che alcuni impianti che forse potrebbero essere allacciati non lo siano”.
Come ricordava la stessa associazione già lo scorso marzo, si rende urgente pubblicare il Decreto FER X perché si rischia che si blocchino gli investimenti e non si realizzino nuovi progetti. “Si tratta del provvedimento figlio della direttiva RED II che regola lo sviluppo delle rinnovabili nel periodo 2024 – 2028”. Ancora oggi “non disponiamo di questo provvedimento determinante per la programmazione delle prossime aste e quindi per dare visibilità a breve e medio termine alle imprese”.
A tutto questo si aggiunge il problema della saturazione virtuale della rete: a oggi le richieste di allaccio alla rete gestita da Terna hanno superato i 330 GW.
Gli ultimi due punti dolenti riguardano la moratoria della Regione Sardegna e la possibilità, per le Regioni, di definire aree di rispetto in cui non sarà possibile realizzare impianti e che potranno arrivare fino a una distanza di 7 chilometri dai beni tutelati. “Se quest’ultimo punto fosse concretizzato, secondo uno studio di Elemens il 96% degli oltre 30 milioni di ettari dell’Italia diventerebbe indisponibile”.
Tutti questi elementi fanno sì che il nostro Paese finisca «in un cul de sac», come ha sottolineato lo stesso presidente di Elettricità Futura, considerando gli alti costi per realizzare gli impianti e il prezzo dei terreni che è già tra i più alti in Europa. “Questo prezzo elevato dei terreni, unito a una così complessa gestione che abbiamo descritto in tutte le fasi del permitting, non può che riflettersi in un costo dell’energia maggiore, che non è assolutamente d’interesse dei produttori”, oltre che dei consumatori.
