In Italia l’energia più cara d’Europa. Transizione rallentata

Uno studio della Rome Business School mostra che nel primo quadrimestre 2025 il costo dell’energia elettrica ha toccato i 136,2 €/MWh, addirittura del 68% maggiore della Spagna e molto superiore anche a Germania e Francia
Le bollette italiane restano le più care fra i grandi Paesi dell’Unione Europea

“In Italia le bollette sono troppo care”: a forza di sentirlo dire, non soltanto nei discorsi della politica e dell’economia, ma anche nelle chiacchiere da strada, potrebbe sorgere il dubbio che si tratti, più che di una verità, di un luogo comune, del tipo “non ci sono più le mezze stagioni”… Ma, come ci ricorda un recente studio del Centro Ricerche della Rome Business School, non è questo il caso. In Italia, se paragonate a quelle degli altri grandi Paesi europei, le bollette sono effettivamente troppo care.

Gli ultimi dati sui prezzi dell’energia elettrica

Lo studio, dal titolo “Energia e transizione in Italia ed Europa”, analizza la situazione che si è concretizzata nei mercati elettrici europei nella prima parte di quest’anno: “Nei primi quattro mesi del 2025 il prezzo dell’elettricità in Italia ha toccato i 136,2 €/MWh, il valore più alto tra i grandi Paesi dell’Unione Europea, superando di molto Germania (112,5 €/MWh), Francia (94,5 €/MWh) e Spagna (80,9 €/MWh). Di fatto, il divario tra i prezzi dell’elettricità in Italia e Spagna è del +68% a danno del nostro Paese”.

Andamento del prezzo dell'energia elettrica in Italia, Francia, Spagna e Germania

È importante tenere presente quanto viene spiegato nel rapporto riguardo le modalità con cui si concretizzano i prezzi energetici. In particolare, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso dipende, per sua natura, dal prezzo della fonte marginale utilizzata nella generazione di elettricità, che nel caso italiano risulta spesso essere rappresentata dal gas naturale.

Meno gas ma più petrolio

Ed ancora, relativamente alle dinamiche in corso nel nostro Paese, nel mix di energia primaria tra il 2021 e il 2023 l’utilizzo di gas naturale si è ridotto in misura elevata (-5,1%). Un calo che è stato compensato da un lato da un ridotto aumento della copertura delle rinnovabili (+0,9%), che hanno raggiunto il 20,5% del mix energetico (best in class tra i grandi Paesi europei), e dall’altro lato da un incremento del petrolio di 3,6 punti percentuali, il che è invece un chiaro segnale di una transizione ancora in parte da compiere.

“Questi elementi letti in parallelo – si legge nel rapporto –, suggeriscono che l’obiettivo di ridurre le emissioni non può basarsi unicamente sull’aumento della quota di energia pulita, ma deve passare necessariamente anche per una diminuzione assoluta dei volumi energetici utilizzati, a parità di PIL. È in questa direzione che si gioca la sfida della transizione: non solo sostituire fonti, ma anche ripensare la scala dei consumi”.

Troppo fossile nel mix energetico

Secondo Eurostat, nel 2023 il 35,4% del mix energetico italiano era ancora coperto dal gas naturale, quasi il triplo rispetto alla Francia (13,1%) e ben sopra Germania (25%) e Spagna (21,7%). Il petrolio ha raggiunto il 36,7%, segnando un incremento, come detto, di +3,6 punti percentuali rispetto al 2021. Per le rinnovabili, invece, la crescita di appena +0,9 punti rappresenta il valore più basso tra i Paesi analizzati, mentre il gas naturale rimane la seconda fonte di maggior consumo in Italia (35,4%).

Dunque, il 72% del mix energetico italiano viene ancora da petrolio e gas.

L’economista Massimiliano Parco, tra gli autori del report, sottolinea come “ridurre la domanda – attraverso misure di efficienza, riorganizzazione dei processi produttivi e cambiamenti nei comportamenti individuali – è la via congiunta per abbattere in modo strutturale le emissioni climalteranti. Soltanto così sarà possibile diminuire la dipendenza dai combustibili fossili e raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica al 2050”.

Andamento delle emissioni in Europa

Ragionando in termini continentali, nel 2023 oltre il 65% delle emissioni complessive dell’UE-27 è stato generato da cinque Stati membri: Germania, Italia, Francia, Polonia e Spagna. Per quanto attiene l’impatto ambientale, tutti questi Paesi hanno progressivamente ridotto i propri livelli di emissioni per unità di Pil prodotta. La Francia spicca per registrare i livelli di inquinamento, a parità di PIL, più bassi (0,14 nel 2024). Di poco superiore e su livelli simili si posizionano la Germania (0,18), l’Italia (0,19) e la Spagna (0,20).

Andamento delle emissioni in Italia, Francia, Germania e Spagna

Tra il 2005 e il 2023 l’Italia ha ridotto le emissioni di gas serra di oltre il 35%, ma il ritmo si sta rallentando. Stime del Centro Europa Ricerche (CER) indicano una flessione del 3% per il 2024, contro il -6,4% dell’anno precedente. Nel 2023, i settori energia, manifattura e costruzioni sono stati i principali responsabili delle emissioni italiane, con una quota del 34,7%, mentre il settore dei trasporti incide per un ulteriore 28,2%. Gli usi civili (riscaldamento ed edifici) pesano invece tra il 16% e il 18% elle emissioni.

Eccessiva dipendenza dall’estero nel mix di energia

Altro punto dolente segnalato dalla Rome Business School è quello della dipendenza dall’estero, che vede l’Italia come la più esposta tra le principali economie europee. Nel 2023 il nostro Paese ha importato il 74,8% dell’energia consumata, la quota più alta tra le principali nazioni europee (fonte Eurostat). La Spagna si è fermata al 68%, la Germania al 66%, mentre la Francia ha limitato la propria dipendenza al 45% circa, aiutata dall’energia proveniente dalle sue centrali nucleari.

produzione energia elettrica da rinnovabili in italia francia germania spagna

E se è vero che l’import di gas è diminuito nel tempo, l’Italia non ha saputo compensarlo con una crescita significativa delle fonti pulite. Anzi, nello stesso periodo, è aumentato il peso del petrolio nel mix nazionale. “Tre quarti del fabbisogno energetico nazionale italiano – evidenzia Francesco Baldi, docente e uno degli autori del report – dipende da fornitori esteri, con implicazioni dirette su sicurezza, costi e continuità dell’approvvigionamento”.

Tecnologie chiave per la transizione

Lo studio spiega come la transizione energetica europea si gioca su sei tecnologie chiave:

  1. fotovoltaico,
  2. eolico,
  3. batterie,
  4. veicoli elettrici,
  5. pompe di calore,
  6. elettrolizzatori.

Insieme, valgono oltre 700 miliardi di dollari di investimenti annui a livello globale. “L’Italia partecipa a questa corsa, ma con numeri inferiori rispetto ai principali partner europei, frenata da ostacoli normativi, ritardi infrastrutturali e mancanza di coordinamento tra livelli istituzionali”.

Ad esempio, sul fronte dell’idrogeno verde, l’Italia punta a 5 GW di elettrolizzatori al 2030, contro i 10 GW della Germania, i 6,5 GW della Francia e i quasi 27 GW annunciati dalla Spagna, leader europeo in termini di capacità progettuale. Anche nella mobilità elettrica, il divario si conferma: nel 2023, le auto elettriche hanno rappresentato molto meno del 10% delle immatricolazioni italiane, contro oltre il 15% in Germania e Francia.

Serve un’accelerazione netta

Colmare il divario con gli altri Paesi europei richiederà all’Italia un’accelerazione netta rispetto all’attuale ritmo di crescita e una visione di lungo periodo. “La transizione energetica non è più una scelta, ma una necessità competitiva – conclude Valerio Mancini, direttore del Centro di Ricerca della Rome Business School –. Servono una strategia industriale integrata, investimenti mirati e una governance più efficace. L’alternativa è restare indietro, pagando il prezzo più alto, economico e ambientale, in Europa”.

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Marco Ventimiglia

Giornalista professionista ed esperto di tecnologia. Da molti anni redattore economico e finanziario de l'Unità, ha curato il Canale Tecnologia sul sito de l'Unità
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