
Si parla sempre più spesso della necessità di efficientare case, aziende, uffici, scuole, ospedali, industrie ecc. La tecnologia esiste e promette di tagliare i consumi di percentuali considerevoli. Ma esistono anche altri modi per intervenire, e i risultati ottenibili sono altrettanto impressionanti.
È l’approccio organizzativo-comportamentale e se ne parla diffusamente all’interno del report Energy Efficiency 2025.
Nel proprio intervento “I trend futuri e le pratiche emergenti dell’efficienza energetica”, Laura Marcati della School of Management del Politecnico di Milano ha ben distinto queste due anime dell’efficienza energetica.
Dal punto di vista della tecnologia, è fondamentale combinare efficacemente sistemi hardware e software. I BACS (Building Automation and Control Systems) si rivelano ideali da questo punto di vista per contribuire al raggiungimento dei target imposti dalla nuova Energy Performance of Building Directive (EPBD IV).
Da normativa, questi sistemi offrono funzioni di monitoraggio, di ottimizzazione dei consumi e di controllo, con l’obiettivo di mettere gli edifici in condizione di funzionare in modo efficiente, economico e sicuro.

“Si è deciso di valutare il potenziale di questi sistemi ipotizzando innanzitutto l’integrazione dei BACS con gli impianti tecnici dell’edificio che includono il riscaldamento, il raffrescamento, la produzione di acqua calda sanitaria e l’illuminazione” spiega Laura Marcati. “Ci siamo basati su diverse classi di sistemi di automazione, dalla D (assenza totale di BACS) alla A (edificio completamente automatizzato). Il tempo necessario per ottenere il ritorno dell’investimento varia a seconda della tipologia di edificio: in ambito commerciale, quindi con un utilizzo intensivo, il ROI richiede anche meno di un anno. Nel residenziale i tempi sono più lunghi ma pur sempre interessanti: nel caso di un’abitazione monofamiliare, ad esempio, si ha un payback time a partire da circa quattro anni e mezzo”.

La seconda anima dell’efficienza energetica è quella organizzativo-comportamentale.
Perché è così importante ce lo spiega la IEA (International Energy Agency): della CO2 totale che è necessario evitare di immettere in atmosfera al 2050, circa il 25% può arrivare dal solo cambiamento dei comportamenti e dalla riduzione della domanda energetica legata ai consumi e ai trasporti. Ovviamente il tutto al netto della qualità della vita e del comfort percepito.
Per ottenere questi risultati è però necessario lavorare su più fronti: conoscenza degli strumenti a propria disposizione, incentivazione dei buoni comportamenti e monitoraggio costante dei risultati.
Questo perché anche un banale cambio dei valori di set-point di un impianto di climatizzazione può avere un impatto considerevole sulla richiesta di energia, così come l’uso ponderato delle risorse idriche (in particolare l’ACS).
La risposta a questa domanda è cruciale per capire se la direzione intrapresa (che include appunto i già citati BACS e l’approccio organizzativo-comportamentale, ma non solo) sia quella giusta.
Per farlo, nello studio sono stati valutati tre distinti scenari nell’evoluzione dei consumi al 2030. Uno conservativo, uno chiamato PNIEC (che ha come obiettivo quello di raggiungere i target di riduzione dei consumi posti proprio dal PNIEC) e uno ancora più sfidante chiamato “obiettivi UE”.

Scenario conservativo – Mantenendo tutto così com’è da oggi al 2030, si arriverebbe a un consumo di energia finale pari a 111 Mtep, cioè di soli 0,5 Mtep in meno rispetto al 2022 (anno di riferimento). Un risultato insufficiente, che tra l’altro non richiede particolari investimenti aggiuntivi.
Scenario PNIEC – In questo caso c’è un buon trend di decrescita dei consumi, con un valore di 102 Mtep al 2030. Serve però l’introduzione di nuove misure a supporto del piano nazionale: per raggiungere questo obiettivo si stima che serviranno investimenti per 240 miliardi di euro al 2030, da convogliare in particolare nel settore residenziale.
Scenario obiettivi UE – Il raggiungimento di un target più ambizioso (93 Mtep al 2030) appare irrealistico con le risorse messe in campo oggi. Una stima indica che saranno necessari oltre 300 miliardi di euro investiti da qui al 2030, imputabili soprattutto ai comparti residenziale e terziario.
Come visto, il PNIEC fissa obiettivi molto ambiziosi, in particolare per la quota di energia rinnovabile da utilizzare per riscaldamento e raffrescamento.
Il punto, come fa notare Nicolas Merlini di Assoclima (associazione federata ad Anima Confindustria che rappresenta i costruttori di sistemi di climatizzazione), è legato dunque a questa specifica applicazione. L’installazione di pompe di calore e la conseguente elettrificazione dei carichi può trarre grande beneficio dall’uso intelligente delle fonti rinnovabili (anche, come accennato, aggiornando il modo di utilizzarle in funzione di un diverso approccio organizzativo-comportamentale).
Rispetto ad altri sistemi che utilizzano fonti fossili, le pompe di calore risultano inoltre da 3 a 4 volte più efficienti, spingendone ulteriormente l’impiego.
Infine, come fa notare Merlini, spesso le pompe di calore sono già presenti nelle nostre abitazioni sotto forma di impianti di climatizzazione. Utilizzarli dove e quando possibile al posto delle tradizionali caldaie a metano può offrire benefici in tal senso, almeno fino al passaggio a un impianto completamente alimentato da fonti rinnovabili.
Andrea Natale di Federazione ANIE si è concentrato sul supporto che i BACS possono effettivamente garantire negli edifici.
A tal proposito, esiste già uno strumento che può agevolarne l’adozione: lo Smart Readiness Indicator (SRI).
Questo strumento (leggi il Focus di Elettricomagazine) è uno degli elementi più significativi e di impatto nello scenario futuro degli edifici: l’EPBD IV indica la sua obbligatorietà a partire dal 2027 per tutti gli edifici del settore terziario con una potenza termica nominale degli impianti pari o superiore a 290 kW, quando permetterà di operare in maniera strutturata e con un linguaggio uniforme lungo l’intera filiera degli edifici, indicando i benefici che derivano dall’adozione delle tecnologie intelligenti.
I criteri secondo i quali l’SRI darà valutazioni in merito all’intelligenza dell’edificio sono 7:
