Partiamo dalla fine, ovvero dalle conclusioni di un recente rapporto preparato da BPIE, centro di competenze indipendente sulle prestazioni energetiche degli edifici: “Sebbene ci siano progressi in corso, le misure per ridurre le emissioni del patrimonio edilizio italiano dovranno essere intensificate e implementate più rapidamente per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione previsti per il futuro”. Il rapporto in questione è la prima edizione dell’Italy Buildings Climate Tracker, che nel titolo aggiunge la significativa domanda, “Decarbonizzare il patrimonio edilizio italiano: siamo sulla buona strada?”. E se, in estrema sintesi, la risposta ve l’abbiamo già proposta, molto interessante è il modo in cui si arriva ad ottenerla.
Il fulcro dell’analisi compiuta da BPIE – presentata a Roma nel corso dell’evento “Build Better Lives: Garantire abitazioni adeguate, accessibili ed energicamente efficienti per tutti” – è appunto l’Italy Buildings Climate Tracker (ITA BCT). Si tratta di un indice composito che misura i progressi fatti verso la decarbonizzazione del patrimonio edilizio italiano, nell’ottica del raggiungimento della neutralità climatica entro la metà del secolo.
In particolare, il tracker sviluppato da BPIE valuta l’andamento di quattro indicatori chiave nell’ambito dell’efficientamento del patrimonio edilizio nazionale:
Gli indicatori “confluiscono” poi in un singolo indice che rappresenta il progresso complessivo del patrimonio edilizio in Italia verso gli obiettivi climatici per il 2030 e per il 2050, come attualmente previsti dalle strategie nazionali.
Prima di mostrare i risultati dell’analisi, il rapporto evidenzia il complesso scenario nel quale si svolge la decarbonizzazione degli immobili. La premessa è che “il patrimonio edilizio italiano è costituito da oltre 13 milioni di edifici. Circa l’89% è utilizzato a scopi residenziali con il restante l’11% riguardante il settore dei servizi. Dopo un forte aumento nella seconda metà del XX secolo, la costruzione edilizia ha registrato un costante calo nel corso dei decenni”.

Nel dettaglio, il 22% della superficie immobiliare italiana è stato costruito prima del 1945, mentre la quota più significativa, il 42%, è stata aggiunta nel periodo postbellico fino al termine degli Anni Settanta. Un ulteriore 20% è stato poi realizzato entro il 1990, seguito da un 14% tra il 1990 e il 2014, mentre soltanto l’1% risulta costruito successivamente.
“Questi dati – si legge nel rapporto – evidenziano l’anzianità del patrimonio edilizio italiano, con oltre la metà della superficie costruita prima del 1980. Ciò sottolinea l’urgente necessità di interventi di ristrutturazione per adeguare le infrastrutture esistenti agli standard moderni di efficienza e sostenibilità”.
Viene quindi evidenziato come l’elevato tasso di proprietà in Italia, pari al 74,3% nel 2022, rappresenta un potenziale vantaggio per le iniziative di ristrutturazione. “I proprietari di immobili, infatti, tendono a investire più facilmente nell’ammodernamento delle loro abitazioni, favorendo così gli interventi necessari per migliorare il patrimonio edilizio nazionale”.
Tornando all’ITA BCT, traccia i progressi fatti a partire dall’Accordo di Parigi nel 2015, con il successivo varo delle principali normative riguardanti gli edifici, quali:
A livello generale, occorre innanzitutto tener conto che l’Italia punta a ridurre le emissioni degli edifici solo del 31% entro il 2030, lasciando che la parte più consistente (69%) della riduzione avvenga tra il 2030 e il 2050. In questo contesto, poiché il 2022 rappresenta il punto intermedio tra l’Accordo di Parigi, che segna l’inizio del monitoraggio, e il 2030, i risultati dell’analisi mostrano che l’attuale ritmo di avanzamento non permetterà di raggiungere gli obiettivi.

Come spiegato, questa valutazione generale scaturisce dai risultati dei quattro indicatori chiave sviluppati da BPIE. In particolare, il primo indicatore mostra che “le emissioni di CO2 derivanti dall’uso di energia negli edifici stanno diminuendo, ma sono ancora alte rispetto all’obiettivo di neutralità climatica”. Comunque, a migliorare il giudizio, c’è il fatto che nel 2022 le emissioni hanno toccato il livello più basso registrato dal 2015.
Per quanto riguarda il secondo indicatore, relativo al consumo finale di energia per abitazioni e servizi, tra il 2015 e il 2022 era prevista una riduzione dell’8,1%. “Tuttavia, è stata raggiunta solo una contrazione del 3%, a indicare che il tasso di riduzione è meno della metà di quanto necessario per soddisfare gli obiettivi climatici”.
Non è positivo anche il riscontro riguardante il terzo indicatore. Infatti, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2022, la quota di energia rinnovabile impiegata nel patrimonio immobiliare nazionale è aumentata solo di 1,9 punti percentuali, contro un aumento previsto di 9,3 punti. “Questo rispecchia una transizione molto lenta verso fonti di energia rinnovabile, ben al di sotto del percorso previsto”.
Infine, c’è la particolare situazione del quarto indicatore. L’investimento cumulativo per ristrutturazione è cresciuto in modo significativo a partire dal 2015, raggiungendo, sotto la spinta del Superbonus, i 97,7 miliardi nel 2022, più del doppio dell’investimento di 45 miliardi di euro previsto per lo stesso anno. Tuttavia, gli effetti di questi investimenti sulle emissioni di CO2 e sul consumo finale di energia degli edifici residenziali non sono ancora pienamente visibili.
Mettendo tutto insieme, emerge che “la riduzione del consumo finale di energia degli immobili italiani risulta inadeguata, mentre lo sviluppo di soluzioni rinnovabili per il riscaldamento, il raffreddamento e l’elettricità procede a un ritmo eccessivamente lento”. Sulla base dell’analisi e degli indicatori valutati, emergono quindi quattro interventi principali per accelerare la decarbonizzazione del patrimonio immobiliare italiano:
