
Un’avvertenza prima della lettura di quest’articolo: pensateci bene prima di esprimere un giudizio, specie se molto negativo, su quanto accaduto nella COP29 di Baku appena conclusa. Infatti, rischiereste di rimanere senza aggettivi di fronte agli avvenimenti della prossima COP30, la prima a svolgersi “sotto” la nuova amministrazione degli Stati Uniti, con un Donald Trump che in campagna elettorale si è dimostrato tutt’altro che entusiasta delle fonti rinnovabili.
Ciò premesso, la prima evidenza che salta agli occhi, una volta conclusa la COP29, è l’assenza di nuovi impegni concreti sugli obiettivi climatici da raggiungere per riuscire almeno a mitigare l’ormai ineludibile innalzamento delle temperature globali da qui alla fine del secolo. Innalzamento, è bene ricordarlo, che non è soltanto un numero ma un’autentica sciagura per l’uomo e per tutte le specie viventi del pianeta.
A rendere sempre più difficile la definizione di obiettivi più sfidanti c’è la crescente influenza, già evidente durante la precedente COP28 di Dubai, di Paesi e lobby palesemente legati al “vecchio” e sempre assai redditizio mondo dei combustibili fossili. E se, come accaduto a Baku, i principali documenti debbono passare dall’approvazione dei Paesi del Golfo Persico capeggiati dall’Arabia Saudita è ben difficile immaginare svolte rivoluzionarie…

A fronte dell’assenza di nuovi impegni, nel bilancio del lungo consesso svoltosi nella capitale dell’Azerbaijian ci sono essenzialmente due intese di carattere finanziario. La prima riguarda un maggiore aiuto ai Paesi in via di sviluppo per compiere la transizione energetica ed ecologica, mentre il secondo accordo concerne la nuova regolamentazione del commercio globale dei crediti di carbonio.
Cominciamo dalla prima intesa, identificata dall’acronimo NCQG che sta per New collective quantified goal on climate finance. L’accordo prevede un trasferimento di risorse economiche, pari ad almeno 300 miliardi di dollari all’anno per il prossimo decennio, dai Paesi più ricchi a quelli in via di sviluppo a supporto della transizione green di quest’ultimi.
Come spesso accade quando si tratta di soldi, si è trattato di un accordo molto sofferto – ricordiamo che a Baku erano presenti quasi 200 delegazioni nazionali – e che non ha soddisfatto per nulla proprio coloro che dovrebbero ricevere le risorse in questione. A non convincerli è sia l’ammontare economico complessivo, sia le modalità con cui questi soldi verranno erogati.
Sebbene trecento miliardi di dollari annuali possano sembrare un capitale cospicuo, in realtà sono molto distanti dagli almeno mille miliardi indicati in un recente rapporto preparato dagli economisti indipendenti Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern. Una somma annuale necessaria a proteggere le economie in via di sviluppo soprattutto dagli eventi meteorologici estremi innescati dal cambiamento climatico.
A non soddisfare i Paesi più poveri ci sono poi, come detto, le modalità con cui verranno forniti questi fondi. Nel documento approvato al termine della COP29 non si parla esclusivamente di sovvenzioni a fondo perduto, come da loro auspicato, ma anche di altre fonti di finanziamento pubbliche e private. Il rischio, insomma, è che prevalgano le proposte di prestiti, spesso insostenibili per le economie in via di sviluppo più indebitate.
“Questo nuovo obiettivo finanziario – ha affermato Simon Stiell, segretario esecutivo delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici – rappresenta una polizza assicurativa per l’intera umanità, e questo nel momento in cui siamo di fronte all’evidente peggioramento degli impatti del cambiamento climatico, impatti che colpiscono ogni Paese”.
La stessa Stiell ha però ricordato che “come qualsiasi polizza assicurativa, anche questa funziona soltanto se i premi che la garantiscono vengono pagati per intero e in tempo. Le promesse che sono state formulate devono essere ora mantenute, è indispensabile per proteggere miliardi di vite in tutto il mondo”.
L’altro accordo raggiunto a Baku è relativo alla completa rivisitazione del mercato dei crediti di carbonio dopo gli evidenti segnali di sofferenza – compresi alcuni scandali riguardanti i sottostanti progetti –, che lo hanno portato in poco tempo a più che dimezzare il suo valore, da due miliardi di dollari a meno di 800 milioni.
Il fulcro della riforma è l’introduzione di un nuovo organismo delle Nazioni Unite, denominato “Supervisory Body”, che avrà il compito di controllare la corretta applicazione dei nuovi standard internazionali, approvati dalla COP29, necessari alla creazione dei crediti di carbonio da scambiare sul relativo mercato globale.
Questa nuova regolamentazione del mercato dei crediti di carbonio arriva dopo molti anni di negoziati, con l’intento dichiarato di contribuire ulteriormente al trasferimento di risorse dai Paesi più ricchi a quelli più poveri durante il complesso cammino sulla strada della transizione energetica ed ecologica.
I crediti di carbonio dovrebbero adesso ritornare ad essere creati in modo affidabile e quindi contrattati con rinnovata fiducia. Il meccanismo di funzionamento resta quello ideato in partenza, ad esempio con la creazione di crediti attraverso sottostanti progetti fotovoltaici, eolici, piuttosto che di piantumazione in Paesi di sviluppo. Crediti che verranno poi acquistati da Paesi più ricchi per facilitare il raggiungimento dei loro obiettivi climatici.