
Come rilanciare uno sviluppo rinnovabile rischiosamente lento? Semplificare gli iter autorizzativi, potenziare l’infrastruttura di rete e modificare il quadro normativo. Nonostante l’accelerazione del 2024, 7,5 GW e +33% sull’anno precedente, siamo distanti dagli 11 GW annui necessari per ottenere gli obiettivi 2030 del Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima).
Cogliere il potenziale ancora valorizzabile, nonché i segnali di frenata prima che divengano irreversibili, è l’invito del position paper “Lo stato dell’arte delle rinnovabili in Italia: quali leve strategiche per accelerarne il dispiegamento nel paese”, realizzato da The European House – Ambrosetti (Teha Group) nell’ambito del forum annuale Renewable Thinking.
Tra 2010 e 2023 il consumo globale di energia aumenta del 19%, trainato soprattutto dalle economie emergenti come Cina e India. Il boom mette a dura prova i target climatici e la tenuta degli approvvigionamenti elettrici. Dall’altro lato, l’intensità energetica (energia consumata per unità di Pil) cala del 18%. Certamente grazie all’evoluzione efficiente delle tecnologie e delle infrastrutture, nonché alla crescita delle fonti energetiche rinnovabili (FER). Particolarmente virtuosa, in tal senso, l’Unione europea con il -33% di intensità energetica.

Pensiero moderatamente ottimista anche per le emissioni di CO₂ in termini di unità di energia consumata. A livello globale la riduzione si fissa al -4%, ma in Italia, Ue e Stati Uniti si viaggia tra -7% e -8%. L’intensità carbonica della generazione elettrica, che misura le emissioni per kWh prodotto, scende a sua volta del 12%. E molto più nei Paesi avanzati: -42% in Ue, -28% negli Usa, -35% in Italia. La Cina, pur rimanendo tra i Paesi ad alta intensità, taglia l’indicatore del 24%.
Come si inseriscono le rinnovabili in questo scenario? Il loro ruolo non è secondario. Anzi, lo sviluppo rinnovabile è il principale motore delle trasformazioni in atto. L’incidenza delle FER nella produzione elettrica mondiale va dal 20% del 2010 al 32% del 2024. In Europa, nel 2024, le rinnovabili coprono circa il 47% della produzione totale di energia elettrica. Quota che per le rinnovabili italiane si attesta al 41%.
La preoccupazione riguarda proprio il rallentamento del trend di crescita della capacità installata di FER rispetto al Pil Europeo e nazionale. Qui entrano in gioco i motivi per non demordere. La decarbonizzazione rappresenta il principale strumento per ridurre la dipendenza da combustibili fossili e aumentare la competitività dei sistemi energetici. C’è poi il tema della dipendenza energetica, considerando che, nel 2023, l’Europa ha importato il 58,3% del proprio fabbisogno. Quota che passa addirittura al 74,8% in Italia.
Il caso italiano dimostra come lo sviluppo rinnovabile possa aiutare a ridurre la dipendenza energetica. Si registra infatti una flessione del 9,66% dal 2008 al 2023, a fronte della crescita a tripla cifra, +179%, della produzione FER (da 23,9 GW nel 2008 a 66,7 GW nel 2023). Va inoltre detto che nel nostro Paese il prezzo dell’energia elettrica è molto più alto rispetto ad altre economie europee. Ad aprile 2025 si toccavano i 99,85 €/MWh, dato quattro volte superiore alla Spagna (26,81 €/MWh) e due volte il valore francese (42,21 €/MWh). Tale spesa è dovuta nella maggior parte dei casi dal prezzo di riferimento del gas, secondo il meccanismo del prezzo marginale. Potenziando le FER, si si andrebbe ad abbassare il prezzo.
Passando alla situazione complessiva dello sviluppo rinnovabile, l’Italia sembra ancora lontana dagli obiettivi Pniec 2030. I 7,5 GW nel 2024 installati nel 2024 sono comunque inferiori agli 11 GW stimati per farcela. E lo scenario potrebbe complicarsi ulteriormente nel 2025, rischiando una contrazione di circa 1 GW rispetto al 2024. La “minaccia” di subire la flessione più significativa dell’ultimo decennio è un allarme da non trascurare.

Nello specifico delle singole fonti, il solare copre il 91% del nuovo installato FER del 2024 con 6 GW. Meno performante l’eolico, passato da 0,4 GW nel 2023 a 0,6 GW nel 2024. Parallelamente, si nota il progressivo cambiamento della scala delle tecnologie installate: gli impianti utility scale aumentano dal 13,7% al 30,1% in un anno. Diminuisce invece la quota degli impianti di piccola taglia, tipicamente connessi alla rete di media e bassa tensione.
In ogni caso, a fronte di un fabbisogno complessivo di 131 GW di capacità fissato dagli obiettivi Pniec 2030, la situazione attuale si attesta a 76,6 GW. Evidenziando un gap di oltre 54 GW da colmare in soli sei anni. In aggiunta, tra gennaio e maggio 2025 si aggiungono 2,3 GW di nuova capacità FER, contro i 2,6 GW dello stesso periodo del 2024. Le proiezioni indicano che l’anno in corso potrebbe concludersi con circa 6,5 GW di nuova capacità, appunto a -1 GW sul 2024.
Secondo il Renewable Thinking Indicator (RTI), inoltre, l’Italia possiede ancora più del 40% di potenziale da valorizzare. A livello territoriale, si nota una forte eterogeneità tra le regioni. Alcuni territori hanno già raggiunto o superato il 70% del proprio potenziale (es. Piemonte all’82%, Lombardia al 82%, Abruzzo al 79%). Altri sono molto al di sotto della media nazionale. In particolare, Sicilia e Sardegna si attestano rispettivamente al 32% e al 35%, nonostante il potenziale climatico e geografico più favorevole che altrove. Anche Liguria (29%) e Molise (48%) mostrano valori contenuti. Gli andamenti riflettono problematiche locali legate a vincoli territoriali o pianificazione inadeguata.
Un secondo indicatore, focalizzato sul potenziale di solare ed eolico, restituisce un valore medio nazionale del 46,4%. Praticamente, meno della metà del potenziale di queste due fonti risulta attualmente espresso. Emergono positivamente Puglia, Lazio, Campania e Basilicata, tutte sopra il 50%. Mentre Toscana (28%), Liguria (25%), Sicilia (37%) e Sardegna (34%) sono in ritardo. Infine, la matrice che incrocia il valore dell’indicatore con il contributo potenziale di ciascuna regione agli obiettivi Pniec 2030. Sicilia, Sardegna ed Emilia-Romagna emergono come aree strategiche, in quanto presentano sia un elevato contributo potenziale (rispettivamente 13,1%, 6,3% e 7,9% del totale nazionale), sia un basso livello di sfruttamento del proprio potenziale.
Per favorire il pieno sviluppo delle FER, il position paper individua alcuni ambiti prioritari di intervento. Davanti a tutto c’è la frammentazione istituzionale. Il sistema energetico italiano è infatti regolato da una governance multilivello, con competenze ripartite tra Stato e Regioni. In assenza di un coordinamento efficace, tale assetto genera disomogeneità nell’attuazione delle politiche energetiche, rallentando i processi decisionali e minando la coerenza nazionale dello sviluppo rinnovabile.
L’attuazione del Decreto Aree Idonee rappresenta un esempio emblematico di questa frammentazione. Nonostante la scadenza del dicembre 2024 per l’adozione delle relative Leggi Regionali, a maggio 2025 più della metà delle regioni risultava ancora inadempiente. Inoltre, anche quando le normative sono definite, si riscontra spesso un disallineamento rispetto alle linee guida nazionali. Permangono criteri e vincoli che limitano fortemente la disponibilità di aree effettivamente idonee all’installazione di impianti rinnovabili.
Parallelamente, il problema delle concessioni idroelettriche. In assenza di una cornice regolatoria uniforme, le regioni hanno adottato approcci differenti, con regole diverse su criteri di gara, durata delle concessioni e requisiti ambientali. Questa situazione rischia di alimentare contenziosi, ritardare investimenti e ostacolare la continuità produttiva degli impianti. Il dato è particolarmente allarmante se consideriamo che l’86% delle concessioni è scaduto o in scadenza entro il 2029. In particolare, Lombardia, Piemonte e Provincia Autonoma di Trento ospitano quasi il 35% delle concessioni prossime alla scadenza.
Ulteriori criticità derivano dai reiterati ritardi nell’emanazione dei decreti attuativi necessari allo sviluppo rinnovabile e agli obiettivi Pniec 2030. Tra i casi più significativi:
A questi ritardi, già problematici in termini di accesso agli incentivi e pianificazione industriale, si aggiungono le contestazioni di legittimità costituzionale. L’annullamento parziale del Decreto Aree Idonee da parte del TAR del Lazio, insieme ai rilievi sul Decreto Agricoltura, che vietava l’installazione di impianti fotovoltaici sui terreni agricoli, sono lo specchio di una normativa instabile e incoerente.
L’ultimo collo di bottiglia riguarda l’estrema complessità dell’iter autorizzativo per gli impianti FER. Il processo italiano prevede 13 passaggi procedurali, coinvolgendo fino a cinque soggetti istituzionali. I tempi arrivano a superare 1.700 giorni per l’eolico e 1.070 per il fotovoltaico. Siamo ben al di sopra degli standard europei, che prevedono 24 mesi per i procedimenti ordinari e 12 mesi per quelli in zone di accelerazione.
Per rendere l’Italia protagonista della transizione energetica, Teha Group identifica 3 ambiti prioritari di policy.
Si tratta di:
Articolando al meglio queste linee di indirizzo, l’Italia potrà provare a raggiungere gli obiettivi Pniec 2030. Creando al contempo una buona pratica di sviluppo replicabile su scala internazionale.

